Riprendo, da un'intervista su Avvenire del 19 maggio 2010, le riflessioni del teologo francese Christoph Theobald su quello che lui definisce "il concetto di santità ospitale".
Se si analizza ciò che i testi ci raccontano a un primo livello, e penso ad esempio al Vangelo di Luca ma anche agli Atti degli Apostoli, si scorge che vi è una sorta di ospitalità aperta. Gesù è spesso invitato, mangia con i peccatori e le prostitute. Tante cose accadono attorno ai pasti. Peraltro, egli accoglie all'improvviso le persone quando esse si presentano. Tutto il suo modo d'essere è ospitale. Si tratta di una tematica fondamentale nell'insieme delle Scritture. La si trova all'inizio della Bibbia, se si pensa alle figure di Abramo e di Sara nel libro della Genesi. All'altro capo della Scrittura, nella Lettera agli Ebrei, si ritrova di
nuovo la medesima tematica, con questa frase magnifica: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo ", con un allusione alla ben nota scena di Abramo. Accanto a questa ragione biblica, occorre sottolineare che il contesto contemporaneo ha spinto molti pensatori a riflettere sull'ospitalità. Se si spinge l'ospitalità all'estremo appare una sorta di paradosso, dato che non si può sapere se s'accoglie un amico o un nemico. Si può comprendere in questa direzione cosa sia la santità di Gesù di Nazareth, cioè un modo totalmente senza condizioni di essere ospitale di fronte a chiunque si presenti.
Le conseguenze, se si cerca di essere veramente coerenti con questo criterio di interpretare l'insegnamento di Cristo, possono sembrare sorprendenti, ma in realtà rispondono perfettamente alla logica "soprannaturale" della santità.
In fondo, la credibilità del Cristo è qualcosa di molto semplice poiché la gente di Galilea l'ha ricevuto come qualcuno che è credibile. Innanzitutto, il Cristo è colui che ha sempre detto ciò che ha pensato e fatto ciò che ha detto. È una prima condizione di autenticità, di concordanza con se stessi. La seconda condizione consiste in un modo di affrontare le relazioni. La Regola d'oro ci aiuta a comprenderla: tutto ciò che vorrete sia fatto a voi, fatelo agli altri. Il che presuppone un atteggiamento molto specifico che il Cristo ha vissuto fino in fondo: una capacità di mettersi al posto degli altri con compassione e "simpatia" senza lasciare il proprio posto. Evidentemente, questa condizione è estremamente minacciata quando l'altro è un nemico. Il che può giungere anche dall'interno del
piccolo gregge dei discepoli: la figura di Giuda. È qui che appare la terza condizione della credibilità, cioè una mutazione del rapporto verso la morte. L'Apocalisse esprime ciò magnificamente, parlando dei cristiani che "non hanno amato la vita fino al punto di temere la morte". Hanno imitato il Cristo che ha consegnato la sua esistenza. Il cristiano non può mai essere credibile come Cristo è credibile, ma vi è un modo di entrare in relazione con lui e di ammettere la propria non credibilità confessando al contempo il proprio desiderio di divenire sempre più conformi a lui.
domenica 16 gennaio 2011
domenica 9 gennaio 2011
Basta con il cristianesimo triste
Paola Bignardi, già presidente nazionale di AC, nel suo libro: "Dare sapore alla vita. Da laici nel mondo e nella Chiesa" (ed. Ave) se la "prende" con un certo tipo di cristiani.
Chi ha familiarità con il Vangelo si rende conto dell'insostenibilità di quel cristianesimo triste e un po' arcigno che talvolta si incontra in chi ha perso i contatti con le fonti della vita cristiana. Il cristianesimo è l'esperienza di donne e di uomini che amano la vita, che vivono con gioia la loro esperienza familiare e sociale; le relazioni con gli amici e con i vicini di casa; la politica e la professione; che sanno apprezzare l'umanità in tutte le sue dimensioni: affetti, responsabilità, fatica, amore; che sanno dare un senso alle esperienze difficili che segnano l'esistenza di tutti: la malattia, il dolore, il limite, la solitudine, la morte.
Il cristiano che "piace" alla Bignardi (e anche a me) è dunque una persona solidale con i propri simili e con il mondo, è una persona che non lancia accuse e anatemi, ma che si pone alla scuola del Vangelo per capire e, soprattutto, per amare quell'umanità che la Provvidenza le ha messo accanto. Come insegna la celebre Lettera a Diogneto, i veri laici si mescolano volentieri con i loro simili.
Per questo i cristiani non cercano di appartarsi rispetto allo scorrere della vita quotidiana e alla responsabilità che essi condividono con ogni persona.
Tuttavia ciò non impedisce loro di testimoniare l'irriducibile alterità dell'annuncio evangelico che li fa essere e sentire stranieri rispetto a una mondanità che privilegia l'apparire e l'avere rispetto all'essere.
Chi ha familiarità con il Vangelo si rende conto dell'insostenibilità di quel cristianesimo triste e un po' arcigno che talvolta si incontra in chi ha perso i contatti con le fonti della vita cristiana. Il cristianesimo è l'esperienza di donne e di uomini che amano la vita, che vivono con gioia la loro esperienza familiare e sociale; le relazioni con gli amici e con i vicini di casa; la politica e la professione; che sanno apprezzare l'umanità in tutte le sue dimensioni: affetti, responsabilità, fatica, amore; che sanno dare un senso alle esperienze difficili che segnano l'esistenza di tutti: la malattia, il dolore, il limite, la solitudine, la morte.
Il cristiano che "piace" alla Bignardi (e anche a me) è dunque una persona solidale con i propri simili e con il mondo, è una persona che non lancia accuse e anatemi, ma che si pone alla scuola del Vangelo per capire e, soprattutto, per amare quell'umanità che la Provvidenza le ha messo accanto. Come insegna la celebre Lettera a Diogneto, i veri laici si mescolano volentieri con i loro simili.
Per questo i cristiani non cercano di appartarsi rispetto allo scorrere della vita quotidiana e alla responsabilità che essi condividono con ogni persona.
Tuttavia ciò non impedisce loro di testimoniare l'irriducibile alterità dell'annuncio evangelico che li fa essere e sentire stranieri rispetto a una mondanità che privilegia l'apparire e l'avere rispetto all'essere.
domenica 26 dicembre 2010
Quando si profila un ad-Dio
Il testamento spirituale del Padre Christian de Chergé, priore della comunità monastica di Tibhirine in Algeria, ucciso con altri sei confratelli il 26 marzo 1996.
La loro vicenda ha ispirato il film "Uomini di Dio" che ho visto stasera.
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me : come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
Christian
La loro vicenda ha ispirato il film "Uomini di Dio" che ho visto stasera.
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me : come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
Christian
venerdì 25 giugno 2010
Romero santo - 30 anni di attesa
Nigrizia (rivista dei missionari comboniani) ricorda nell'editoriale di questo mese che sono trascorsi 30 anni dalla morte dell'Arcivescovo Oscar Romero, ma ancora la pratica di canonizzazione, approdata a Roma dal 1996, non sembra avviarsi a conclusione. E si chiede perché? E si interroga sulla sensazione che si voglia spingere sugli aspetti "spirituali" della figura di Romero, dimenticando la sua pastorale sociale e per la giustizia. Lui che, consapevole dei pericoli che correva, aveva detto: "Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Un vescovo muore, ma la chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai."
Il pericolo di certe persone "spirituali" di rifugiarsi in un mondo irreale è ben richiamato con una frase di Péguy, scrittore e poeta francese,: "Poiché non sono della terra, credono di essere del cielo. Poiché non amano gli uomini, credono di amare Dio."
Il pericolo di certe persone "spirituali" di rifugiarsi in un mondo irreale è ben richiamato con una frase di Péguy, scrittore e poeta francese,: "Poiché non sono della terra, credono di essere del cielo. Poiché non amano gli uomini, credono di amare Dio."
venerdì 17 ottobre 2008
Eutanasia e testamento biologico
Torno da un incontro sul tema e devo confessare un po' di fastidio per chi vi si approccia con supponenza e pregiudizio delle intenzioni degli altri. Io sono intervenuto concludendo con questa bella prefazione di Sandro Spisanti al libro "Eutanasia?" di P. Verspieren pubblicato nel 1985.
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico …… dalla culla alla tomba …… Era già giunto all’ultima tappa prima della fine del viaggio. Giaceva in ospedale con un cuore definitivamente scassato, o un cancro metastatizzato o i reni bloccati: in una parola, era un “malato terminale”. Passò vicino a lui un medico: vide il “bel caso”. Mise a punto un accurato programma di ricerca e non trascurò nessun dettaglio della malattia, come risulta dall’articolo pubblicato nella rivista scientifica della sua specialità. E passò oltre, tranquillo in coscienza.
In seguito gli si accostò il cappellano d’ospedale. Gli fece un bel discorsetto sulla volontà di Dio la rassegnazione e la espiazione dei peccati; ascoltò la sua confessione e gli portò la comunione, in attesa di somministrargli l’ultimo sacramento.
Il malato fu preso in cura da un’ equipe medica efficientissima: fecero di tutto – col bisturi, le irradiazioni, i farmaci -, riuscendo a farlo vivere (“vivere”?) un paio di mesi oltre la media statistica di quei casi. E passarono oltre tranquilli in coscienza.
C’era nel reparto un’infermiera. Somministrava le medicine giuste al momento giusto, misurava la temperatura all’ora prescritta, portava il pranzo e aiutava il malato ad alimentarsi. Insomma faceva né più né meno che il suo dovere, ma riteneva suo dovere anche non sfuggire gli sguardi carichi di domande del malato, ascoltarlo, permettergli di esprimere la sua angoscia, cercare di alleviargli i malesseri grandi e piccoli. Gli dava più di semplici cure: si prendeva cura di lui. Quando l’agonia si concluse, era lei che stava lì a umettargli le labbra, ad asciugargli il sudore, a tenergli la mano.
Chi di loro secondo te si è comportato come prossimo per quell’uomo che era caduto nell’anticamera della morte?
“Quello che ha avuto compassione di lui”
Ecco, in questa parola "compassione" credo ci sia molto dei principi con cui affrontare il tema. Forse c'è tutto.
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico …… dalla culla alla tomba …… Era già giunto all’ultima tappa prima della fine del viaggio. Giaceva in ospedale con un cuore definitivamente scassato, o un cancro metastatizzato o i reni bloccati: in una parola, era un “malato terminale”. Passò vicino a lui un medico: vide il “bel caso”. Mise a punto un accurato programma di ricerca e non trascurò nessun dettaglio della malattia, come risulta dall’articolo pubblicato nella rivista scientifica della sua specialità. E passò oltre, tranquillo in coscienza.
In seguito gli si accostò il cappellano d’ospedale. Gli fece un bel discorsetto sulla volontà di Dio la rassegnazione e la espiazione dei peccati; ascoltò la sua confessione e gli portò la comunione, in attesa di somministrargli l’ultimo sacramento.
Il malato fu preso in cura da un’ equipe medica efficientissima: fecero di tutto – col bisturi, le irradiazioni, i farmaci -, riuscendo a farlo vivere (“vivere”?) un paio di mesi oltre la media statistica di quei casi. E passarono oltre tranquilli in coscienza.
C’era nel reparto un’infermiera. Somministrava le medicine giuste al momento giusto, misurava la temperatura all’ora prescritta, portava il pranzo e aiutava il malato ad alimentarsi. Insomma faceva né più né meno che il suo dovere, ma riteneva suo dovere anche non sfuggire gli sguardi carichi di domande del malato, ascoltarlo, permettergli di esprimere la sua angoscia, cercare di alleviargli i malesseri grandi e piccoli. Gli dava più di semplici cure: si prendeva cura di lui. Quando l’agonia si concluse, era lei che stava lì a umettargli le labbra, ad asciugargli il sudore, a tenergli la mano.
Chi di loro secondo te si è comportato come prossimo per quell’uomo che era caduto nell’anticamera della morte?
“Quello che ha avuto compassione di lui”
Ecco, in questa parola "compassione" credo ci sia molto dei principi con cui affrontare il tema. Forse c'è tutto.
domenica 28 settembre 2008
La "bellezza" delle tasse
In questi giorni di gravi crisi finanziarie, forse è utile rileggere questi brani da un articolo di Stella Fabiani (su Europa del 9 aprile 2008).
Il fine verso cui tende l'uomo è la felicità individuale. Il fine verso cui tende la comunità mondiale è la felicità universale. Che cos'è, però, la felicità? Il suo raggiungimento coincide pienamente con il possesso materiale e il danaro? Adam Smith, profeta dell'economia classica, nutriva più di un dubbio al riguardo e nel 1759 (in Teoria dei sentimenti morali), scriveva che è un inganno pensare che il ricco possieda maggiori mezzi per essere felice. Innanzitutto, perché per raggiungere questo obiettivo deve sottoporsi ad immani e stressanti fatiche, ma anche perché la capacità di godere dei beni è limitata e l'uomo ricco può consumare solo in minima parte ciò che possiede.
Una volta raggiunto un livello di vita più che confortevole, l'aumento di reddito porta a una "perdita" di felicità, soprattutto sul piano individuale, privato, perché vengono duramente compromesse le relazioni personali, lo svago, il tempo da trascorrere in famiglia o con gli amici.
Nel 1972, fu Wangchuck, sovrano del Bhutan, una piccola nazione buddista, tra le più povere per reddito e consumo, a coniare il nuovo concetto di "felicità interna lorda", divenuto in breve tempo, uno dei capisaldi della ricerca accademica. I quattro pilastri per misurare il "fil" sono: lo sviluppo equo e sostenibile, i valori culturali e religiosi, l'ambiente e la salute, il buon governo e, di conseguenza, la fiducia nelle istituzioni.
«Da un lato, tutto ciò può essere tradotto in una serie di azioni pratiche, da parte dei governi, tese ad accrescere la ricchezza individuale, non solo attraverso misure come riduzione delle tasse e aumento dei salari, ma anche migliorando la qualità della vita alle persone e accrescendo il loro benessere psico-fisico. Dall'altro, si afferma il principio fondamentale che il dovere della politica di ridistribuire la ricchezza non è un «togliere ai ricchi per dare ai poveri», bensì un modo per rendere un po' più felici tutti. I poveri, alle prese con mille difficoltà quotidiane, oppressi dall'ansia del futuro e dalle privazioni. E i ricchi i quali, quando si supera di molto il limite del benessere materiale, per il mantenimento della loro "ricchezza inutile", (perché non serve ad acquistare e a consumare di più), vengono privati di quei piaceri affettivi e relazionali che sono i soli portatori di autentica felicità a misura umana.
Insomma: «Non dare alla ricchezza un assoluto valore positivo, bensì alla povertà un valore negativo».
Il fine verso cui tende l'uomo è la felicità individuale. Il fine verso cui tende la comunità mondiale è la felicità universale. Che cos'è, però, la felicità? Il suo raggiungimento coincide pienamente con il possesso materiale e il danaro? Adam Smith, profeta dell'economia classica, nutriva più di un dubbio al riguardo e nel 1759 (in Teoria dei sentimenti morali), scriveva che è un inganno pensare che il ricco possieda maggiori mezzi per essere felice. Innanzitutto, perché per raggiungere questo obiettivo deve sottoporsi ad immani e stressanti fatiche, ma anche perché la capacità di godere dei beni è limitata e l'uomo ricco può consumare solo in minima parte ciò che possiede.
Una volta raggiunto un livello di vita più che confortevole, l'aumento di reddito porta a una "perdita" di felicità, soprattutto sul piano individuale, privato, perché vengono duramente compromesse le relazioni personali, lo svago, il tempo da trascorrere in famiglia o con gli amici.
Nel 1972, fu Wangchuck, sovrano del Bhutan, una piccola nazione buddista, tra le più povere per reddito e consumo, a coniare il nuovo concetto di "felicità interna lorda", divenuto in breve tempo, uno dei capisaldi della ricerca accademica. I quattro pilastri per misurare il "fil" sono: lo sviluppo equo e sostenibile, i valori culturali e religiosi, l'ambiente e la salute, il buon governo e, di conseguenza, la fiducia nelle istituzioni.
«Da un lato, tutto ciò può essere tradotto in una serie di azioni pratiche, da parte dei governi, tese ad accrescere la ricchezza individuale, non solo attraverso misure come riduzione delle tasse e aumento dei salari, ma anche migliorando la qualità della vita alle persone e accrescendo il loro benessere psico-fisico. Dall'altro, si afferma il principio fondamentale che il dovere della politica di ridistribuire la ricchezza non è un «togliere ai ricchi per dare ai poveri», bensì un modo per rendere un po' più felici tutti. I poveri, alle prese con mille difficoltà quotidiane, oppressi dall'ansia del futuro e dalle privazioni. E i ricchi i quali, quando si supera di molto il limite del benessere materiale, per il mantenimento della loro "ricchezza inutile", (perché non serve ad acquistare e a consumare di più), vengono privati di quei piaceri affettivi e relazionali che sono i soli portatori di autentica felicità a misura umana.
Insomma: «Non dare alla ricchezza un assoluto valore positivo, bensì alla povertà un valore negativo».
domenica 17 agosto 2008
Il tempo dei laici
Aldo Maria Valli, su Europa del 30 maggio scorso, scrive che in una Chiesa che appare spesso molto "gerarchizzata" il laico si trova nelle condizioni dell'ospite più o meno tollerato, utile se resta in linea con l'elenco ufficiale dei valori da difendere, ma subito guardato con sospetto ed emarginato se, in coerenza con il suo ruolo, prende l'iniziativa, indica altri valori ed altre modalità di intervento, detta un'altra agenda e invita la Chiesa a guardare la realtà nella sua totalità e complessità.
Secondo Fulvio De Giorgi (ne Il brutto anatroccolo ed. Paoline), oggi quando ci si chiede se sia ancora tempo dei laici nella Chiesa, bisogna porsi una domanda più generale e fondamentale, e cioè se sia ancora il tempo dei cristiani. Per l'uomo di fede, nonostante la tentazione dello sconforto, la risposta è una sola: questo, come ogni tempo, è tempo per il cristiano. Ma proprio perché è un tempo insidioso, sotto molti aspetti inafferrabile, occorre che la rivoluzione cristiana torni alla sua radicalità. Che permette al credente non di starsene dentro la sua tana, sulla difensiva, ma di "ricrearsi" continuamente, come scriveva Tonino Bello quando denunciava l'atteggiamento di quei cristiani troppo "attaccati allo scoglio" e terrorizzati all'idea di rompere gli ormeggi per affrontare nuove sfide e nuove avventure. Se non che il "ricrearsi" presuppone il sottoporsi a una revisione critica. Anche don Milani, quando se la prendeva con i cattolici "sempre col puntello in mano accanto al palazzo che sono incaricati di custodire e della cui solidità dubitano", diceva che non avrebbe potuto vivere neanche un minuto nella Chiesa con questo "atteggiamento difensivo e disperato", e rivendicava il diritto e il dovere di viverci parlando e scrivendo con la più assoluta libertà di pensiero.
Secondo Fulvio De Giorgi (ne Il brutto anatroccolo ed. Paoline), oggi quando ci si chiede se sia ancora tempo dei laici nella Chiesa, bisogna porsi una domanda più generale e fondamentale, e cioè se sia ancora il tempo dei cristiani. Per l'uomo di fede, nonostante la tentazione dello sconforto, la risposta è una sola: questo, come ogni tempo, è tempo per il cristiano. Ma proprio perché è un tempo insidioso, sotto molti aspetti inafferrabile, occorre che la rivoluzione cristiana torni alla sua radicalità. Che permette al credente non di starsene dentro la sua tana, sulla difensiva, ma di "ricrearsi" continuamente, come scriveva Tonino Bello quando denunciava l'atteggiamento di quei cristiani troppo "attaccati allo scoglio" e terrorizzati all'idea di rompere gli ormeggi per affrontare nuove sfide e nuove avventure. Se non che il "ricrearsi" presuppone il sottoporsi a una revisione critica. Anche don Milani, quando se la prendeva con i cattolici "sempre col puntello in mano accanto al palazzo che sono incaricati di custodire e della cui solidità dubitano", diceva che non avrebbe potuto vivere neanche un minuto nella Chiesa con questo "atteggiamento difensivo e disperato", e rivendicava il diritto e il dovere di viverci parlando e scrivendo con la più assoluta libertà di pensiero.
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