domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua!

Ho ricevuto, sotto forma di auguri pasquali, questa riflessione di Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose.

Questa veglia ha soprattutto uno scopo: farci comprendere la Pasqua, la resurrezione, e renderci partecipi di questo mistero, il mistero della vittoria di Dio sulla morte, del «Dio» che «è amore» (1Gv 4,8.16) sulla morte. Perché solo di questo noi terrestri abbiamo bisogno: di poter credere che l’amore che abbiamo vissuto, l’amore condiviso con quelli che abbiamo amato e che amiamo, l’amore di cui siamo stati capaci – combattendo il nostro egoismo, la nostra philautía (ovvero il costituirsi dell'uomo come soggetto e oggetto del proprio affetto ) , la nostra voglia di sopravvivere senza gli altri, magari contro gli altri, ma appunto di vivere sopra, di sopra-vivere –, ebbene questo amore sia un amore che rimane, che contiene qualcosa dell’eternità, un amore che ci possa permettere di dire nel presente e nel futuro: «Io amo, anche quando l’altro che io amo non è più».

giovedì 17 marzo 2011

Perché non serve clericalizzare i laici

In un articolo, nell'inserto Agorà di Avvenire del 12 aprile 2010, Giorgio Campanini parla delle intuizioni (inascoltate) di Don Mazzolari sul ruolo dei laici nella Chiesa.

In una lettera del 1933 all'allora presidente della Gioventù femminile di Azione cattolica della diocesi di Cremona, così Mazzolari si esprimeva: «Il far posto ai laici nella Chiesa è sempre stata una mia missione, non una convinzione soltanto. Non simpatizzo con la maniera oggi in uso in Italia... Le esperienze e gli avvenimenti cambieranno tante cose. Quando? Non lo so perché non sono profeta: so però che dovrà essere, poiché un'Azione Cattolica che clericalizza (la parola è brutta ma il significato che le do in questo momento è inoffensivo) i laici... li sposta dalla loro qualità specifica... per loro imprestare, estraniandoli quasi del tutto dal mondo in cui vivono, una nostra mentalità. Non è un gran guadagno». Questo problema - il rischio, cioè, della «clericalizzazione» del laicato cattolico - rappresenta il filo conduttore della prolungata riflessione di Mazzolari sul rapporto gerarchia-clero-fedeli, dagli scritti degli anni '30 agli ultimi editoriali di Adesso.

Emblematico un suo importante scritto del 1937, e cioè la Lettera sulla parrocchia.
[...] Al centro della riflessione mazzolariana sta la ferma convinzione che, in una stagione caratterizzata dalla fine del regime di cristianità, la missione della Chiesa non possa pienamente espletarsi confidando esclusivamente nel trinomio gerarchia-clero-religiosi, ma si imponga «la partecipazione dei laici alla vita attiva dell'apostolato». Questa attiva presenza laicale nella missione evangelizzatrice della Chiesa è possibile, a giudizio di Mazzolari, a due fondamentali condizioni: in primo luogo la fuoriuscita dai ristretti recinti della vita parrocchiale e l'atteggiamento, da parte del laicato cattolico, di un atteggiamento di lucida e responsabile autonomia. Proprio aprendosi al mondo il laicato cattolico, abbandonando il sicuro rifugio della comunità cristiana, dovrebbe essere in grado di «fare il raccordo tra la parrocchia, che è lo spirito, e le attività della vita moderna»; né costituirebbe un dramma il fatto che questa «fuoriuscita» possa inizialmente provocare qualche tensione («Non importa se, uscendo» il laico «ha sbatacchiato l'uscio»). In secondo luogo l'abbandono, da parte della Chiesa, della pretesa di «controllare direttamente opere e istituzioni che sono di diritto nelle mani della comunità civile», garantendo così ai laici un adeguato spazio di libertà: «I figliuoli, divenuti maggiorenni - avverte -possono pretendere a una certa autonomia ed è dovere della religione d'educarveli invece di contrariarne l'aspirazione o impedirne o ritardarne la preparazione». Perché l'uno e l'altro obiettivo - il superamento della separatezza fra Chiesa e mondo e la promozione di un laicato responsabile - possano essere raggiunti occorre aprire porte e finestre della comunità cristiana: «Non si chiuda né si spranghi il mondo della parrocchia. Le grandi correnti del vivere moderno vi transitino, non dico senza controlli, ma senza pagare pedaggi umilianti e immeritati... L'Azione cattolica ha il compito preciso d'introdurre le voci del tempo nella compagine eterna della Chiesa» e di «gettare il ponte sul mondo, ponendo fine a quell'isolamento che toglie alla Chiesa di agire sugli uomini del nostro tempo».

Proprio in vista di questa apertura al mondo, a giudizio di Mazzolari occorre «salvare la parrocchia» (ma qui, come in altri passi dello scritto, è facile intravedere dietro di essa tutta la Chiesa) «dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti». In sintesi, è necessario andare al di là del ristretto numero dei praticanti abituali, formare cristiani aperti al mondo, evitare la «clericalizzazione del laicato», dare fiducia ai fedeli e nello stesso tempo diffidare di coloro che, «docili e maneggevoli», secondo la caustica denunzia mazzolariana, «dicono sempre di sì» e spesso sono apprezzati e valorizzati assai più di coloro che, dotati di maggiore spirito critico, mettono in discussione la prassi corrente, e dunque «creano problemi».

martedì 1 marzo 2011

La fecondità dell'ospitalità

Da una lectio di mons. Dionigi Tettamanzi, riprendo le conclusioni che spiegano non solo l'esigenza per il cristiano di essere ospitale, ma l'indispensabilità di un'ospitalità che è "necessaria" alla vita.

È davvero strano che il nostro tempo tecnologico, tempo di viaggi interplanetari e di possibilità di comunicazione in un certo senso infinita, segni il primato delle spese legate all'immigrazione per una realtà inventata ancor prima della scrittura: il muro. Sì, il muro! Il muro, che nell'antichità era costruito per difesa, oggi è costruito per circoscrivere e impedire l'accesso di coloro che abitano vicino. [...]È interessante che, mentre nel mondo di internet, nei social network non esistono barriere che impediscono l'incontro e la relazione virtuale tra persone di etnie e culture differenti, nel mondo reale si costruiscono dei muri per impedire ai vicini di incontrarsi. Se con un clic un giovane italiano può stringere amicizia su Facebook con un coetaneo africano, dall'altra parte si impedisce a chi vuole guadagnarsi onestamente da vivere di potersi applicare al lavoro che sta oltre il confine, in quei Paesi dove a tante occupazioni quasi nessuno vuole applicarsi. Il vallo di Adriano e la Grande Muraglia cinese avevano il compito di difendere l'Impero Romano e il Celeste Impero da invasioni militari. Molti muri che sono stati costruiti di recente proteggono invece dalle povertà altrui: cercano di trasformare in fortezze quelle che sono state chiamate le «frontiere più disuguali del mondo». Se per un breve periodo sembrano riuscire a tener lontano qualche immigrante illegale, col tempo irrigidiscono proprio quella disuguaglianza economica che è causa dell'immigrazione e presto porteranno la sproporzione al collasso. I muri creano separazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non solo nella geografia, ma anche nella storia. Ma soprattutto il muro non solo «chiude fuori» il forestiero e il meno fortunato, il muro «chiude dentro» il privilegiato e lo condanna all'asfissia. Proprio come l'avaro, che muore d'inedia per non consumare a vantaggio di tutti e anche a vantaggio proprio quei beni che possiede. Quanto è vero ciò che diceva Hans Magnus Enzensberger: «Quanto più un Paese costruisce barriere per "difendere i propri valori", tanto meno valori avrà da difendere».

domenica 16 gennaio 2011

La santità ospitale di Gesù

Riprendo, da un'intervista su Avvenire del 19 maggio 2010, le riflessioni del teologo francese Christoph Theobald su quello che lui definisce "il concetto di santità ospitale".

Se si analizza ciò che i testi ci raccontano a un primo livello, e penso ad esempio al Vangelo di Luca ma anche agli Atti degli Apostoli, si scorge che vi è una sorta di ospitalità aperta. Gesù è spesso invitato, mangia con i peccatori e le prostitute. Tante cose accadono attorno ai pasti. Peraltro, egli accoglie all'improvviso le persone quando esse si presentano. Tutto il suo modo d'essere è ospitale. Si tratta di una tematica fondamentale nell'insieme delle Scritture. La si trova all'inizio della Bibbia, se si pensa alle figure di Abramo e di Sara nel libro della Genesi. All'altro capo della Scrittura, nella Lettera agli Ebrei, si ritrova di
nuovo la medesima tematica, con questa frase magnifica: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo ", con un allusione alla ben nota scena di Abramo. Accanto a questa ragione biblica, occorre sottolineare che il contesto contemporaneo ha spinto molti pensatori a riflettere sull'ospitalità. Se si spinge l'ospitalità all'estremo appare una sorta di paradosso, dato che non si può sapere se s'accoglie un amico o un nemico. Si può comprendere in questa direzione cosa sia la santità di Gesù di Nazareth, cioè un modo totalmente senza condizioni di essere ospitale di fronte a chiunque si presenti.


Le conseguenze, se si cerca di essere veramente coerenti con questo criterio di interpretare l'insegnamento di Cristo, possono sembrare sorprendenti, ma in realtà rispondono perfettamente alla logica "soprannaturale" della santità.

In fondo, la credibilità del Cristo è qualcosa di molto semplice poiché la gente di Galilea l'ha ricevuto come qualcuno che è credibile. Innanzitutto, il Cristo è colui che ha sempre detto ciò che ha pensato e fatto ciò che ha detto. È una prima condizione di autenticità, di concordanza con se stessi. La seconda condizione consiste in un modo di affrontare le relazioni. La Regola d'oro ci aiuta a comprenderla: tutto ciò che vorrete sia fatto a voi, fatelo agli altri. Il che presuppone un atteggiamento molto specifico che il Cristo ha vissuto fino in fondo: una capacità di mettersi al posto degli altri con compassione e "simpatia" senza lasciare il proprio posto. Evidentemente, questa condizione è estremamente minacciata quando l'altro è un nemico. Il che può giungere anche dall'interno del
piccolo gregge dei discepoli: la figura di Giuda. È qui che appare la terza condizione della credibilità, cioè una mutazione del rapporto verso la morte. L'Apocalisse esprime ciò magnificamente, parlando dei cristiani che "non hanno amato la vita fino al punto di temere la morte". Hanno imitato il Cristo che ha consegnato la sua esistenza. Il cristiano non può mai essere credibile come Cristo è credibile, ma vi è un modo di entrare in relazione con lui e di ammettere la propria non credibilità confessando al contempo il proprio desiderio di divenire sempre più conformi a lui.

domenica 9 gennaio 2011

Basta con il cristianesimo triste

Paola Bignardi, già presidente nazionale di AC, nel suo libro: "Dare sapore alla vita. Da laici nel mondo e nella Chiesa" (ed. Ave) se la "prende" con un certo tipo di cristiani.

Chi ha familiarità con il Vangelo si rende conto dell'insostenibilità di quel cristianesimo triste e un po' arcigno che talvolta si incontra in chi ha perso i contatti con le fonti della vita cristiana. Il cristianesimo è l'esperienza di donne e di uomini che amano la vita, che vivono con gioia la loro esperienza familiare e sociale; le relazioni con gli amici e con i vicini di casa; la politica e la professione; che sanno apprezzare l'umanità in tutte le sue dimensioni: affetti, responsabilità, fatica, amore; che sanno dare un senso alle esperienze difficili che segnano l'esistenza di tutti: la malattia, il dolore, il limite, la solitudine, la morte.

Il cristiano che "piace" alla Bignardi (e anche a me) è dunque una persona solidale con i propri simili e con il mondo, è una persona che non lancia accuse e anatemi, ma che si pone alla scuola del Vangelo per capire e, soprattutto, per amare quell'umanità che la Provvidenza le ha messo accanto. Come insegna la celebre Lettera a Diogneto, i veri laici si mescolano volentieri con i loro simili.

Per questo i cristiani non cercano di appartarsi rispetto allo scorrere della vita quotidiana e alla responsabilità che essi condividono con ogni persona.

Tuttavia ciò non impedisce loro di testimoniare l'irriducibile alterità dell'annuncio evangelico che li fa essere e sentire stranieri rispetto a una mondanità che privilegia l'apparire e l'avere rispetto all'essere.

domenica 26 dicembre 2010

Quando si profila un ad-Dio

Il testamento spirituale del Padre Christian de Chergé, priore della comunità monastica di Tibhirine in Algeria, ucciso con altri sei confratelli il 26 marzo 1996.
La loro vicenda ha ispirato il film "Uomini di Dio" che ho visto stasera.

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me : come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah

Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
Christian

venerdì 25 giugno 2010

Romero santo - 30 anni di attesa

Nigrizia (rivista dei missionari comboniani) ricorda nell'editoriale di questo mese che sono trascorsi 30 anni dalla morte dell'Arcivescovo Oscar Romero, ma ancora la pratica di canonizzazione, approdata a Roma dal 1996, non sembra avviarsi a conclusione. E si chiede perché? E si interroga sulla sensazione che si voglia spingere sugli aspetti "spirituali" della figura di Romero, dimenticando la sua pastorale sociale e per la giustizia. Lui che, consapevole dei pericoli che correva, aveva detto: "Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Un vescovo muore, ma la chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai."
Il pericolo di certe persone "spirituali" di rifugiarsi in un mondo irreale è ben richiamato con una frase di Péguy, scrittore e poeta francese,: "Poiché non sono della terra, credono di essere del cielo. Poiché non amano gli uomini, credono di amare Dio."